Tappa 13: Sassalbo - Casola in Lunigiana

7h:15m
20,7 km
370 mslm
1244 mslm
857 mslm
370 mslm
Tempo di percorrenza: 7h:15m
Lunghezza percorso: 20,7 km
Altitudine minima: 370 mslm
Altitudine massima: 1244 mslm
Altitudine partenza: 857 mslm
Altitudine arrivo: 370 mslm

Località toccate

Località toccate lungo il percorso: Sassalbo – Statale del Cerreto – Canale di Rovaggio – Fosso Rioseccolo – Giogo di Vendaso – Norticarola – Canale della Botticella – Prati di Massicciano – Canale di Rame – alle Cirese – Canale di Arcola – Castiglione – Canale Fusicchio – Restì – (variante: Torrente Mommio – Canale dell’Orsara – Canale Sartana – Canale Tronaro – Fosso della Canalaccia – Fosso della Cerratella) – Fosso di Locara – Mommio – Torrente Mommio – Fosso della Cerratella – Passo del Cadin – Fosso della Cavatina – Costa Miserino – Poggio – Fosso Bottria – Torrente Aulella – Villa di Regnano – Fosso di Servano – Montefiore – La Costa – Pieve di Offiano – Castiglioncello – Sasseto – Vigneta – Montale – Casola in Lunigiana.

La tappa

Tappa sicuramente lunga e, almeno in parte, faticosa, meglio se affrontata da primavera ad autunno, cioè quando le ore di luce sono maggiori. La stessa potrebbe essere pure frazionabile se la struttura agrituristica presente a Restì garantisse la fruibilità, dato che ad oggi l’esercizio apre saltuariamente se non quasi mai. Interessante la possibilità di sfruttare una delle strutture ricettive presenti a Pieve San Paolo, a un'oretta da Mommio. Va inoltre detto che quella che è divenuta da poco una variante della tappa, ossia quella che passa dal Lago Restì, presenta tratti leggermente esposti e che alcuni punti necessiterebbero di qualche intervento di pulizia nonché manutenzione della segnaletica.

A Sassalbo (m. 860), (foto 1) il Trekking Lunigiana percorre verso sud la strada asfaltata d’accesso al paese che in una mezzoretta circa guadagna la Statale del Cerreto, esattamente pochi metri dopo aver incontrato una freschissima fonte a getto continuo. Si va a sinistra (a destra c’è Casa Giannino), scoprendo nei pressi un’edicola che ricorda la scomparsa di due partigiani. Percorrendo l’altissimo viadotto, si scavalcano in sequenza le gole del Canale di Rovaggio (il precipizio è davvero impressionante) e del Fosso Rioseccolo, con effetti panoramici su Sassalbo e verso i massicci dell’Alto e del Casarola. (foto 1b) Al termine del viadotto, si abbandona la strada di Via Nazionale Nord per imboccare a sinistra una pista che conduce ad un gruppetto di edifici solitamente chiusi, oltre i quali si piega a destra, tenendosi sul fianco d’un costone roccioso. (foto 1c)

In salita, si fa ingresso in un bosco di faggi misto a carpini e prestando attenzione a non proseguire a lungo sulla larga mulattiera, si ricerca a sinistra un sentiero che rampa deciso fra remote tracce rurali. Su un’insolita pavimentazione ricoperta da fogliame, (foto 2) ci si muove abbastanza piacevolmente su un poggio infittito da una stortura di faggi a basso fusto. (foto 3) Improvvisamente ci si affaccia su una spianata prativa, sovente occupata da cavalli lasciati allo stato brado, che si distende alle pendici settentrionali del Giogo di Vendaso, (foto 4) un cuscino boscoso che chiude il controcrinale digradante dal Monte Scalocchio, sulla direttrice de La Nuda.

Tagliando a diritto, ci si porta verso un nuovo tratto boscato da cui si esce per una seconda landa prativa, (foto 5) dove si evita a destra una diramazione ingannevole. Durante il periodo invernale queste piane sono spesso ricoperte di neve e per questo motivo, oltre a faticare il doppio, si potrebbe perdere l’orientamento. Incisa centralmente anche questa ampia radura, si ritorna in faggeta, impegnandosi su un’erta abbastanza importante (foto 6) che senza attenuazioni risale verticalmente il fianco nordest del Giogo di Vendaso (m. 1.257), area particolarmente favorita dalla cospicua presenza del capriolo. Una volta guadagnato il crinale (che non è la vetta), (foto 7) si piega leggermente a sinistra, facendo però attenzione a non seguire sullo stesso lato la vecchia traccia dell’itinerario 194A diretto al Monte La Nuda.

All’interno d’un bosco che annovera esemplari di faggio ultracentenari, ci si muove restando appena al disotto del crinale su una magra traccia a tratti panoramica verso le Alpi Apuane. Questo tratto in falsopiano attraversa per intero la località boschiva di Norticarola, (foto 8) (foto 8b) la quale ad un certo punto presenta un ciglio affacciato verso la vallata del Mommio, dove si riconoscono lo stesso Mommio, Uglianfreddo, Fivizzano e, più in lontananza, il mare che circonda l’isola Palmaria. Guadato lo scosceso Canale della Botticella, si trascura a sinistra la traccia di un sentiero dimenticato, un tempo considerato bretella dell’itinerario 94, poi, oscurati da faggi ad alto fusto, si prosegue in falsopiano lasciando ad un certo punto a destra una diramazione che conduce verso valle al minuscolo caseggiato di Vendaso.

Giunti sullo schienale di un crinale secondario, in parte erboso, (foto 9) che digrada dalla Costa Frattartonda (nei pressi è presente il rudere di una capanna), si piega tosto a sinistra per iniziare un traverso che cala leggermente in costa fino a sbucare sulla foce di un altro crinale, alla testata del Canale della Gronda.

Uscendo tra querce e ginestre, si scende un po’ più ripidamente su traccia prativa, splendidamente affacciati verso l’emiciclo costituito dallo Scalocchione, lo Scalocchio, la Tecchia di Rometo, La Nuda e la Cima Belfiore. (foto 10) Poche svolte e ci si abbassa fino ai morbidi Prati di Massicciano (m. 1.090), (foto 11 e foto 12) dove sovente pascolano numerosi cavalli allo stato brado. Si procede lungo il margine sinistro, fuori dal prativo, percorrendo una mulattiera chiusa ai lati da rovi e arbusti che conduce di nuovo all’ampia distesa pascoliva qui attraversata dal Canale di Rame, (foto 13) sicuramente uno fra gli scenari più meritevoli del Trekking Lunigiana, con a destra pure una piccola porzione delle Alpi Apuane. Continuando sulla solita mulattiera, ci si abbassa ulteriormente al guado di un affluente del Canale di Rame, quindi, tra faggi, felci (foto 14) e rare presenze di cerri e noccióli, si perviene al sito “alle Cirese”, dove al cospetto di una capanna sgorga da un masso una freschissima fonte a getto continuo. (foto 15) Il passo successivo è il non lontano guado del Canale di Arcola, che ha da poco ricevuto le acque del Canale Fontana d’Oro, mentre più avanti, sempre alla presenza di radure, arbusti e ginepri, arriva il momento del ricco Canale di Vasara, il cui attraversamento non esula dal bagnarsi i piedi. (foto 16) Con rotta a sud, su quella che è divenuta pista sterrata, si passa alle pendici occidentali della Costa Castellana, caratterizzata in questo punto da rocce sedimentose di color rossastro. Dall’altra parte, invece, si alza il rilievo prativo alla cui sommità si estendono i da poco lasciati Prati di Massicciano, mentre il valloncello sottostante ha da non molto generato il Canale Fusicchio, originatosi grazie alle convergenze dei corsi d’acqua fino ad ora incontrati.

Rivolgendo alle nostre spalle un ultimo sguardo alla cresta appenninica, (foto 17) si attraversano piccole radure e appezzamenti chiusi da vecchie recinzioni per poi spostarsi nuovamente nel bosco costituito perlopiù da castagni. Mantenendosi non troppo alti sull’incisione valliva, si perviene ad un punto caratterizzato da un’evidente gobba rocciosa, mentre alla curva a gomito successiva si trascura a sinistra l’imbocco degli itinerari 192 e 192A rispettivamente diretti alla Foce del Monte Tondo e sul crinale sudovest del Monte La Nuda. Siamo in località Castiglione dove, affacciati sul nuovo versante dell’alta Valle del Mommio, coronata dalla Cima Belfiore e dal Monte Tondo, (foto 18) si supera un serbatoio, si fiancheggia una rupe rocciosa e, all’incontro con una staccionata, tramite ponte si scavalca il tetro e impressionante Canale Fusicchio, con scarsa portata acquifera, ma altamente suggestivo perché incassato fra altissime pareti di arenaria. Di nuovo allo scoperto, (foto 19) ci si affianca a una recinzione, si evita a destra una mulattiera in salita e nei pressi d’uno slargo, con evidenti processi erosivi, si guada un rio. Prestando molta attenzione alla segnaletica, in particolare lungo un rettilineo fiancheggiato da una recinzione, ci si arresta non appena s’incontra a sinistra un piccolo cancello. Qui il Trekking Lunigiana offre due possibilità: la prima, cioè quella che da poco è divenuta una variante, decisamente avventurosa, è consigliata a escursionisti non alle prime armi dato che, oltre al guado del Torrente Mommio da effettuare a piedi nudi, sono presenti alcuni (pochi) tratti un po’ esposti e accidentati; la seconda, quella ufficiale, prevede invece di proseguire lungo la sterrata assieme al Sentiero dei Ducati e al Sentiero Italia variante apuana fino a Mommio, dove all’inizio del paese si piega tosto a sud (sinistra) per poi salire duecento metri di dislivello fino al Passo del Cadin.

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Variante per il Passo del Cadin: al di là del cancello (richiuderlo!), dove sùbito si guada un rio, ci s’inoltra nel meraviglioso podere Restì (m. 800), il cui ingresso principale alla struttura però lo si incontrerebbe più avanti lungo la pista sterrata, una sorta di agriturismo a conduzione familiare la cui apertura però ad oggi non sembra sempre garantita in quanto legata alla disponibilità dei proprietari (necessario informarsi in anticipo).

Attraversata un’invitante piana prativa ombreggiata da castagni, (foto 20) si segue il sentiero che fiancheggia il residuo di una cinta a secco (in basso si notano gli edifici della tenuta e l’area picnic adiacente), con il quale si scende velocemente a un solitario laghetto. (foto 21) Lo si costeggia sulla sinistra e affondando i piedi nella torbiera si ricerca ancora a sinistra una traccia che, rimontando il vicino ripiano, scopre ciò che resta di un’area di sosta. Avvistato e oltrepassato il cancelletto d’uscita, protagonista diventa lo strepitante Torrente Mommio, conosciuto soprattutto per le sue Marmitte dei Giganti, (foto 21b) forme di erosione fluviale scavate nella roccia dalle acque e dall’azione abrasiva dei ciottoli. Procedendo con cautela, ci si avvicina all’ardito ponticello in legno, (foto 22) al di là del quale, fra erica arborea, noccióli, carpini, faggi e castagni, ci si porta verso un affluente del Mommio, il Canale dell’Orsara, da poco confluito nel Canale della Rocchetta, qui generoso di una graziosa cascatella. (foto 23) Va però sottolineato che ad oggi il ponticello versa in pessime condizioni, quindi, suggeriamo il guado del Mommio a piedi nudi. Sempre nel bosco, disseminato ovunque di massi ammantati da muschi e che cela antiche piane rurali divorate dal tempo, ci si porta allo scavalcamento del marcato solco dirupato del Canale Sartana, da cui ci si appresta a faticare intensamente su una ripida spezzagambe che, quasi verticalmente, rimonta ostinatamente un valloncello che più a valle si getta proprio nel Sartana.

Tenendosi a destra ad un bivio, si guada per la seconda volta l’immissario (qui solitamente asciutto), quindi, con un nuovo assembramento di faggi, (foto 24) ci si muove alle pendici settentrionali del Monte Grosso, sempre in salita, ma con molta meno intensità. Superati i ravvicinati, ripidi e asciutti valloncelli che costituiscono il Canale Tronaro, si affronta qualche tratto un po’ esposto, ma di semplice percorrenza, magari approfittando della presenza delle robuste radici che affiorano dal terreno, utili da afferrare nei punti maggiormente inclinati o malagevoli. (foto 24b) Scavalcato il terzo solco del Tronaro, spesso ostruito da crolli di rocce e tronchi d’albero, ci si muove ancora con prudenza spostandosi verso sud in direzione del non lontano Fosso della Canalaccia, oltre il quale si procede più speditamente grazie soprattutto a un tracciato più confortevole. (foto 25)

Con un lungo, comodo e pianeggiante taglio in costa, si scavalca l’ultimo valloncello, il Fosso della Cerratella, da cui si sale a una selletta che dà accesso a un nuovo bel pianeggio nel bosco. Incontrato un ex insediamento rurale, si esce allo scoperto, su roccia sedimentaria, in splendida vista su Mommio e tutto il suo circondario. (foto 26) Attraversato un ultimo tratto boschivo, si confluisce su una pista sterrata proveniente dal caseggiato di Po (qui il Trekking Lunigiana ritrova il Sentiero dei Ducati): si va a sinistra, in leggera salita, in direzione della cuspide del Monte Peci, ove ci si adagia alle pendici orientali sulla depressione del Passo del Cadin (m. 927), (foto 27) limite confinale tra i comuni di Fivizzano e Casola.

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Percorso ufficiale: dal bivio con la variante di Restì, si continua a scendere con copertura boschiva promiscua ad oltrepassare il cancello d’ingresso principale dell’ex agriturismo di Restì, quindi, compiute alcune svolte ombreggiate perlopiù da faggi e conifere, (foto 27a) si scavalca il Fosso di Locara e qualche minuto più avanti si discende un doppio serrato tornante profumato da conifere. Da qui occorrono almeno una decina di minuti circa prima di arrivare al bivio che a sinistra condurrà verso il Passo del Cadin, mentre a diritto la sterrata prosegue verso il piccolo caseggiato di Mommio. (foto 27b)

Ubicato nella bassa valle dell’omonimo Torrente, a circa otto chilometri da Fivizzano, prende il nome da un’altura che lo domina, ossia l’Alpe di Mommio. Il piccolo borgo, neanche tanto raccolto, lo si percepisce meglio osservandolo dall’alto, mentre sul posto appare spaccato in due parti, con quella più orientale separata dal Canale della Gronda. Nella parte occidentale, quella più alta, si trovano due strutture interessanti: la Chiesa di San Martino (foto 27c) e un monumento dedicato ai martiri dell’eccidio di Mommio. La Chiesa di San Martino, le cui prime attestazioni risalgono alla fine del XIII secolo come dipendente della Pieve di Vendaso, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1920. Il prospetto principale a capanna, ricostruito dopo il sisma, è fiancheggiato da due paraste ioniche. In asse si trovano il semplice portale e l’apertura circolare, posta al disotto del timpano, rifinita con una cornice in arenaria. A destra si affiancano un edificio più basso e la torre campanaria (anch’essa ricostruita dopo il sisma) la cui cella, aperta con quattro finestroni rettangolari, è coperta a terrazza. L’interno è ad aula unica, ripartito in quattro campate coperte da volte a padiglione. La prima di queste, corrispondente all’ingresso attuale, è stata sostituita con un soffitto piano. L’imponente scala che permette l’accesso alla parte occidentale del sagrato rivela in realtà anche la presenza della porta principale dell’edificio: essa si trovava al disotto di un portico voltato antistante la casa canonica. In séguito il portico fu tamponato e l’antico ingresso venne trasformato in presbiterio aumentando la capienza del vano.

Il monumento dedicato ai martiri dell’eccidio di Mommio si trova più in basso rispetto alla chiesa, più precisamente in una piazzetta raggiungibile prendendo una laterale di Via Bompizzo. Davvero triste e singolare il tragico evento vissuto dagli allora abitanti di Mommio, anche perché scaturito da una fatalità arrivata per caso. Il 30 aprile 1944, a séguito di un problema di comunicazione tra i distaccamenti partigiani di Sassalbo e Mommio, vennero lanciati per via aerea alcuni pacchi contenenti materiali ed equipaggiamenti. Questi, anziché finire sulla piana di Massicciano, caddero sul borgo di Mommio, con gli abitanti, stremati da fame e povertà, che si precipitarono a raccoglierli per poi nasconderli nelle stalle e nelle loro abitazioni. Nonostante le suppliche da parte dei partigiani soltanto una parte fu recuperata e questa mancata restituzione sancì la condanna degli abitanti del borgo. Infatti, il 4 maggio 1944, sotto il comando del colonnello Kurt Almers, i nazisti cominciarono le operazioni di rastrellamento mirando in particolare a coloro che avessero materiali riconducibili ad attività partigiane. Una colonna tedesca giunse a Mommio per sottoporre a ispezione ogni edificio presente, sia per verificare la presenza di eventuali partigiani nascosti sia per aver riscontri sul possesso di materiali compromettenti. Nel corso della perlustrazione furono rinvenute prove schiaccianti come resti di paracadute, armi, munizioni e vivande in scatola. Una volta recuperato il materiale, venne caricato su diversi carri successivamente trainati come bestie da soma dal parroco e alcuni paesani. Nel corso del rastrellamento furono uccise ventidue persone, sette partigiani fatti prigionieri, alcuni fra contadini e pastori trucidati mentre stavano lavorando nei campi e altri dopo sevizie in séguito a interrogatori. Come se non bastasse furono abbattuti o razziati bestame e animali domestici. I militari appiccarono inoltre il fuoco alla maggior parte degli edifici, distrutti dalle fiamme o dalle bombe a mano, privando così gli abitanti (la maggior parte donne e bambini) delle poche risorse rimaste a loro disposizione. Soltanto due abitazioni furono risparmiate dalla devastazione. Circa 170 persone vennero trasferite al campo di raccolta di Marinella di Sarzana per poi essere deportate come forza lavoro nei campi di concentramento in Germania.

Si discende su terreno accidentato una mulattiera che fin da sùbito si addentra nel bosco, (foto 27d) prima fra conifere, poi fra castagni e infine fra promiscuità. In pochi minuti si perviene al guado senza ponte del Torrente Mommio (foto 27e), le cui origini sono da ricercare alla Cima Belfiore, sullo spartiacque toscoemiliano, destinato a confluire nel Torrente Rosaro nei pressi di Fivizzano. Oltrepassato il guado (complicato nei periodi piovosi dato che occorre levarsi gli scarponi), si comincia a salire prima in modo abbastanza sostenuto, poi meno intensamente sulla solita mulattiera che ritorna nel bosco. Con un’ampia torsione a ferro di cavallo, ci si alterna tra faggi e castagni tenendo a un certo punto a destra una capanna isolata, prossimi a raggiungere il facile guado del magro Fosso della Cerratella. Con rotta perlopiù rivolta a sud, la traccia alterna brevi strappetti a tratti meno ripidi e con un paio di svolte si porta verso un ciglio panoramico rivolto verso Mommio e le alture fino alla Tecchia del Capraio. Una volta raggiunta una spalla, la mulattiera scende in pochi minuti alla confluenza con una pista sterrata contrassegnata dal segnavia 183 proveniente dal paesino di Po, posizionato nel mezzo fra Uglianfreddo ai Cerri e Verzano. Qui si va a sinistra, (foto 27f) e attraverso larghe svolte si ci accomoda alle pendici settentrionali del Monte Peci, proprio dove arriva da destra un’altra pista proveniente dai lontani caseggiati di Collegnago e Groppolo. Qualche minuto più sopra si perviene pure al celato bivio a sinistra con la variante complicata lasciata a Restì, quindi, cento metri più avanti, al crocevia del Passo del Cadin (m 927).

Trascurate a sinistra sia la pista che con rotta a nordest (itinerario 90) sale al Monte Tondo (via Monte Cucù) sia quella che scende a Regnano tra le vallette del Pezzola e del Bottrio, il Trekking Lunigiana intraprende tosto a destra un tracciato agricolo secondario (sùbito in alto, a destra, una lapide ricorda la scomparsa di Renzo Benghi, detto Renzino, noto imprenditore nel settore agro-forestale e grande appassionato di caccia) macchiato da faggi, cerri e ginestre. (foto 28) Lungamente, in piano, ora alle pendici meridionali del Monte Peci, si oltrepassa il Fosso della Cavatina e fra giovani querce e i soliti faggi, ci si proietta verso sud lungo la direttrice che segna la Costa Miserino. (foto 29) Costantemente in discesa e senza mai deviare dal tracciato principale, s’arriva a un crocevia di piste forestali, circondati da belle radure. Con attenzione a non deviare si cala sempre a diritto, quando a un certo punto ci si affianca a un ruscello che resta con noi fino agli appezzamenti prativi affacciati su Regnano, il primo abitato che s’incontra dopo molte ore di cammino. Alla prima casa, si confluisce su una via sùbito segnata da una marginetta del 1900 dedicata a Nostra Signora della Guardia. Si scende a sinistra, tra le case di Poggio (m. 630), (foto 30) minuscola frazione avvolta interamente nel verde lussureggiante, parte del trittico Castello-Villa-Poggio che costituisce l’abitato di Regnano.

Il caseggiato di Poggio è dirimpettaio (anche se resta più in basso) a quello di Castello, dove si trovano i ruderi di una preesistente fortificazione. Il castello di Regnano fu costruito nella metà dell’XI secolo da un Guiterno, di stirpe longobardica, il quale lo legò, insieme ad alcune pertinenze dislocate nell’alta valle dell’Aulella e dell’alto Serchio, alla chiesa di Luni. Dei resti dell’antica fortezza, rimane maggiormente visibile il basamento di una grande torre circolare posta nella zona sommitale del colle.
Insignita della Medaglia d’Oro al Merito Civile, la località di Regnano viene purtroppo ricordata per il tragico eccidio del 23 novembre 1944, motivato dai nazisti quale rappresaglia a un attacco partigiano al comando tedesco di Montefiore che costò la vita a un ufficiale delle SS. Oltre alla distruzione totale del borgo, in loco furono trucidati tredici civili e quattro partigiani.

Con il guado del Fosso Bottria, (foto 31) che ha da poco ricevuto le acque del Fosso della Pezzola e del Fosso di Canalia, si percorre il resto del caseggiato e una volta attraversatolo s’arriva alla piazzetta in cui termina la carrozzabile d’accesso. Su questa si avanza verso altre case ubicate leggermente distaccate dal complesso di Poggio, esattamente nel punto in cui il Bottria (foto 32) si getta nel Torrente Aulella che si scavalca su ponte stradale. Con una breve salita si confluisce prima sulla stradina che scende dal Passo Cadin e dopo su quella che arriva dal vicino camposanto (al cimitero essa diviene sterrata e offre l’opportunità d’arrivare addirittura fino al Colle Argegna, collegandosi al Garfagnana Trekking).
Arrivati all’incrocio presenziato dalla nuova chiesa dedicata a Santa Margherita, si piega tosto a destra (civico 83), fra recinzioni, campi e case indipendenti, quelle di Villa. (foto 33)

La Chiesa di Santa Margherita (foto 34) nasce in sostituzione di quella più antica un tempo ubicata in quel di Castello e di cui oggi restano, complice il pauroso terremoto del 1920, la struttura della facciata, dell’abside e porzione di parete. Preceduta da un sagrato erboso e raggiungibile tramite una rampa inclinata, ha prospetto a capanna, fiancheggiato da un campanile a base quadrata in pietra con cordoli di rinforzo. La facciata è contenuta tra due paraste sulle quali appoggia la cornice del timpano, mentre al centro, in asse con il portale sormontato da una lunetta a tutto sesto, si apre una finestra circolare. In perfetta simmetria infine,  completano il prospetto una coppia di finte finestre molto allungate. L’interno, ad aula unica, coperta con capriate lignee dipinte a motivi floreali minuti, è ripartito in quattro campate da pilastri intonacati all’interno e lasciati a vista all’esterno che irrigidiscono le pareti dell’aula e sostengono l’apparato strutturale della copertura. Il presbiterio occupa la quarta campata che prelude la rastremazione del vano tracciando la linea d’imposta dell’altare maggiore e fissando la dimensione del coro rettilineo. La sua costruzione avvenne tra il 1927 e il 1933.

Con molta attenzione alla segnaletica, all’altezza del civico 105 è importante imboccare a destra una stradina asfaltata (trascurare ancora a destra i segnavia del Sentiero dei Ducati anche se resta comunque valida alternativa al TL dato che i due si ritroveranno in località La Costa) che fra recinzioni, sparute abitazioni, castagni, ciliegi, pini e ulivi va a morire in un ampio slargo.
La mulattiera che ne segue (foto 35) attraversa coltivi in parte abbandonati dopodiché, divenuta sentiero, va a immergersi tra felci, castagni ed erica arborea, un’abbondanza di piantaggine che potrebbe rendere poco visibile il tracciato. Prestando molta attenzione alla segnaletica, si continua a scendere attraverso un bosco più pulito fino ad arrivare al ponte sul Fosso di Servano, (foto 36) oltre il quale, in pochi secondi di salita, si sbuca di fronte alla prima abitazione del piccolo nucleo di Montefiore (m. 497). (foto 37)

Nonostante le modeste dimensioni di questo borgo, a Montefiore vivono una quarantina di persone, molto attaccate alla chiesa locale, dedicata a San Rocco (bellissimo l’altare in pietra), recentemente ristrutturata proprio grazie a fondi e lasciti organizzati da loro stessi. Caratteristiche case in pietra, portali, volti e camminamenti tipici, questo è ciò che ancora oggi conserva l’antico Monte Fiori (Mons Floris) ricordato in un diploma dell’imperatore Federigo I (1185) per la concessione a Pietro vescovo di Luni dei feudi di Regnano e, appunto, Monte Fiori.

Il Trekking Lunigiana però lo sfiora appena, infatti, senza inoltrarsi fra le case, piega sùbito a destra, in discesa, lesto a confluire sulla Strada Regionale 445 proveniente da Pugliano e diretta a Casola. In quest’ultima direzione (destra), si oltrepassa il ponte sull’Aulella, ove nei pressi dimorano distaccate dal borgo e circondate dal verde le poche abitazioni sistemate più a nordovest di Montefiore. (foto 38) Al primo bivio stradale però si esce a destra, in viva salita, ombreggiati dal bosco, proiettati verso le non lontane abitazioni de La Costa (m. 480), con fonte e vasca nei pressi, località fino a qualche anno fa coinvolta dal Trekking Lunigiana in quanto veniva raggiunta con un traverso proveniente da Poggio lungo i campi e i boschi de La Culatta, mentre oggi, proprio qui, il TL si riallaccia al Sentiero dei Ducati lasciato in precedenza.
Intanto il bosco lascia spazio a vaste distese prative e terreni lavorati fino all’area cimiteriale della Pieve di Offiano (m. 510), (foto 39 e foto 40) dedicata a San Pietro, di antiche origini come testimoniano i resti di una struttura romanica riemersi in séguito a recenti scavi.

La chiesa, il cui aspetto attuale è il prodotto di molteplici fasi costruttive, segue l’orientamento canonico est ovest, legato alla simbologia paleocristiana della luce come rivelazione. Fondata probabilmente tra l’XI e il XII secolo, è aperta soltanto durante le cerimonie religiose. Interessanti l’architrave di un portale interno della vicina canonica, ov’è scolpito il simbolo malaspiniano dello Spino secco, e un tratto di muratura nel lato sud del tempio, costituito da piccole bozze di pietra su cui poggia il paramento murario duecentesco. Sulla facciata si trova una formella bianca che ritrae un pellegrino con la sua bisacca, simbolo della frequentazione della pieve. Al museo di Casola è conservato un fonte battesimale della pieve risalente al 1452.

Continuando lungo la stradina asfaltata, presto s’incontra una fonte con doppia vasca, poi, fra pascoli, coltivi e un impianto a conifere, generosamente accompagnati da spettacolari vedute sul Pisanino, (foto 41) ci si avvia verso una distesa di ulivi che precede di poco il seicentesco Oratorio di Castiglioncello dedicato all’Annunciazione, ristrutturato nel 2007 e poi restaurato nel 2016 dagli Alpini per i danni provocati dal sisma del 2013. (foto 42) Il bassorilievo al suo interno datato 2007 ha sostituito l’originale del 1787.
Si va a sinistra (a destra procede la Via del Volto Santo diretta a Vedriano), puntando il borgo di Castiglioncello (m. 536), (foto 43) preceduto da una fonte e curiosamente posizionato sulla prima inclinazione che dà poi origine ai rilievi appenninici.

Fondato dai Malaspina nel XV secolo con struttura a fortilizio, oggi non possiede più le mura che un tempo lo difendevano, sostituite dalle case che comunque danno ad intenderne la forma. La sua antica importanza viaria è testimoniata dal ritrovamento di una pietra sulla facciata di una casa in cui è sbozzato un bassorilievo raffigurante un pellegrino che stringe nella mano destra un grosso bastone con manico ricurvo e nella mano sinistra una bisaccia. In paese (circa 35 abitanti) è di un certo interesse la chiesetta dedicata a Santa Maria Annunziata.

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Variante in attesa d’essere cancellata: il Trekking Lunigiana ufficiale (sconsigliato), nei pressi del civico 1a, sale una rampetta a sinistra che conduce agli antichi lavatoi. Da qui il borgo si apre in due vie parallele ornate da bellissimi e maestosi portali, ma il nostro TL evita la salita alla chiesetta e piega a sinistra puntando verso il cancello di una proprietà privata. A sinistra di quest’ultimo si cela un viottolo inizialmente ostruito da erba cresciuta (se non adeguatamente ripulito, il passaggio potrebbe risultare stretto, scomodo e pericoloso), il quale cala sempre malagevolmente per una decina di minuti circa fino a incontrare la recinzione di un’abitazione.

Ad oggi a Castiglioncello è possibile interrompere la tappa grazie alla presenza di un’area gestita dall’Associazione Chandralok – La Terra della Luna, la quale mette a disposizione tende e terreno su cui pernottare. L’Associazione inoltre garantisce, previa prenotazione, un servizio di ristoro.

Discesi in strada in località Sasseto (m. 440), ov’è presente una cappelletta con marginetta del 1691, la si attraversa immediatamente per imboccare di fronte una via che al civico 98 diviene a fondo naturale e che fra coltivi e baraccamenti raggiunge la cosiddetta Casa Rossa, ancora una volta sulla Strada Regionale 445, ma in località Vigneta (m. 419), (foto 44) centotrenta abitanti circa e sede dell’Oratorio della Madonna del Rosario. Si va a destra e si percorre linearmente lo sparso caseggiato fin oltre i pochi negozi, quando al termine di un lungo edificio (civico 63) con fonte nei pressi ci si stacca a sinistra per scendere velocemente verso le abitazioni più antiche.

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La nuova proposta del Trekking Lunigiana, certamente migliore, una volta ai piedi di Castiglioncello (civico 1a, ma la visita al borgo è obbligatoria), prosegue lungo lo stradino a scarsissimo traffico veicolare e in compagnia del Sentiero dei Ducati taglia per bosco compiendo un paio di svolte fino a confluire sulla strada provinciale 16 proveniente da Reusa. La si sttraversa per scendere di fronte una breve scaletta che porta ad alcune abitazioni, quindi, sempre in discesa, si confluisce velocemente sulla Strada Regionale 445, proprio all’estremità occidentale del caseggiato di Vigneta (m. 419). (foto 44) Si va a destra, ma una volta di fronte al vicinissimo parcheggio sottostante, si volta a sinistra alla ricerca del corridoio che si stacca a sinistra della prima casa che s’incontra (maestà). Con questa comoda viuzza fra le case si perviene a una biforcazione a “T”, dove si volta a destra per camminare su quello che è divenuto un tratturo aperto fra appezzamenti con ulivi, altri incolti, stie e legnaie. La successiva traccia prativa (foto 45) ci conduce all’interno d’un bosco promiscuo, attraverso il quale, assai piacevolmente, in pochi minuti s’arriva al ponte alto sull’Aulella, che scorre formando belle bozze e cascatelle, purtroppo però non raggiungibili sia per il forte pendìo sia per l’ostruzione imposta dalla rigogliosa vegetazione. (foto 46)

Dall’altra parte si risale il residuo di un acciottolato con il quale si sfiora una proprietà con baracche, poi, su traccia prativa, confinati da vegetazione impenetrabile, si pianeggia nella boscaglia della Nebbiara facendo addirittura ingresso nel territorio lucchese del Comune di Minucciano. In località Montale si torna a salire con costanza per almeno una quindicina di minuti, (foto 47) tempo necessario per raggiungere un crocicchio con maestà dedicata all’Immacolata Concezione e, separati dalla sterrata, due antichi cippi confinari. Si va a destra (a sinistra si raggiungerebbero Pieve San Lorenzo e Pugliano), allo scoperto, di nuovo in territorio massese e sempre chiusi ai lati da vegetazione impenetrabile, confortati però da un comodo camminamento pianeggiante colorato di verde. (foto 48) Nel momento in cui si comincia a scendere occorrono altri cinque minuti prima di affacciarsi su Casola, dove attraverso un pendìo ad uliveto, con bella vista sul Monte Pisanino, (foto 48b) ci s’inserisce in un ramo stradale di via del Carmine, fra belle case indipendenti, prati ben curati e uliveti. In breve si perviene al bivio a sinistra con un altro ramo di via del Carmine, da evitare poiché trattasi della prosecuzione della tappa successiva, infatti, per raggiungere Casola in Lunigiana (m. 324) (foto 49) basta deviare a destra al trivio successivo (segnavia) e passare nuovamente fra ulivi ed edifici in crescita fino ad accomodarsi sul piazzale che ospita l’Oratorio della Madonna del Carmine. (foto 50)

La facciata di questo oratorio è preceduta da un porticato ottocentesco con tre fornici sul fronte e due sui fianchi, arredato con sedili in pietra addossati dalla parte dell’ingresso, costituito da un portale in pietra serena dalla cornice rettilinea, recante la data del 1614 (probabile data di costruzione dell’edificio), fiancheggiato da due finestrelle quadrate. La prospettiva dell’interno, composto da due campate voltate a crociera con le pareti candide disegnate dalla pietra serena, all’uso fiorentino, si chiude una struttura d’altare piuttosto insolita per l’ambiente lunigianese, più legato alla tradizione policroma ligure o alle mani, più o meno abili, di stuccatori lombardi. La ghiera dell’arco trionfale, con il giglio fiorentino in chiave, attesta certamente il gusto di una cultura che si era ben radicata nella Lunigiana orientale dove operavano marmorari carraresi e maestranze locali capaci di lavorare la pietra. L’altare con la trabeazione corinzia e il frontone curvilineo aperto, ornato con un cartiglio in marmo datato 1660, incornicia un’arcata classicheggiante dove si trova un ciborio in legno policromo di pregevole fattura. L’apertura lascia scorgere il retrostante presbiterio rettilineo illuminato dalle finestre, aperte nel tamburo della cupola, che ne ricopre lo spazio, arredato con un coro in pietra dai raffinati dettagli ornamentali.

Proseguendo su via del Carmine in pochi minuti si scende definitivamente in Piazza Vittorio Battaglini (parcheggio), sulla Provinciale 59 che a destra conduce nel cuore del borgo, cioè la piazzetta dov’è ubicata in solitaria la caratteristica grossa torre campanaria. (foto 51)

Il passato di Casola è legato simmetricamente alla conformazione morfologica che l’attornia. Infatti, i rilievi più importanti sono caratterizzati da notevoli blocchi marmorei e arenacei che hanno fornito la materia prima per la costruzione delle imponenti fortezze e dei magnifici edifici ecclesiastici della zona. Tali montagne, oggi coperte da fitti boschi di castagni che l’uomo nel tempo ha messo a coltura, nell’era preistorica furono molto frequentate da gruppi di cacciatori in attesa della selvaggina, i quali trovavano rifugio nelle numerose grotte che sovente fungevano anche da dimora per animali delle caverne. Successivamente su tutto il territorio si formarono numerosi insediamenti di pastori e, nell’Età del bronzo, vi si organizzarono le popolazioni liguri/apuane che sopravvissero fino alla romanizzazione, vivendo dei proventi di allevamenti e agricoltura.
Da sempre contesa per la sua posizione strategica, la zona fu abitata da Bizantini prima dei Longobardi ed è proprio al lungo periodo in cui queste popolazioni abitarono il territorio che appartengono le prime tracce archeologiche di sepolture in edifici cristiani, nonché i primi insediamenti fortificati. Sono sopravvissuti castelli e costruzioni risalenti al periodo medievale, tutti edificati con robuste mura in pietra che caratterizzano il classico paesaggio lunigianese.
Nel primo Medioevo queste terre erano possesso del vescovo di Luni finché, nel 1306, in séguito al trattato di pace che vide l’intermediazione di Dante, il dominio passò alla potente casata dei Malaspina che governarono per lungo tempo.
Dai tempi più antichi il territorio di Casola costituisce zona di grande transito, nonostante la sua difficile conformazione che non ha certo agevolato lo sviluppo economico, benché da un trentennio a questa parte vi sia stato un notevole miglioramento, grazie anche ad un flusso turistico che, insieme alla nascita di alcune attività commerciali, ha in parte bloccato quel fenomeno d’emigrazione che rischiava di lasciare deserti molti villaggi.
Casola vanta un notevole trascorso storico, egregiamente narrato dai suoi monumenti più significativi. Dal XII secolo e per oltre un secolo fu un’importante rocca fortificata di proprietà dei Malaspina, successivamente soppiantati dai Lucchesi. Nella seconda metà del 1400 la fortezza e tutti i territori circostanti divennero possesso dei Fiorentini che ne fecero importante centro del loro governo e l’aggregarono al vicariato di Fivizzano, di cui seguì le sorti fino al Risorgimento.
Delle antiche mura di difesa rimangono oggi solo alcuni resti e una grossa torre, formata da un basamento originale, cui è stata successivamente sovrapposta una parte cilindrica impiegata come campanile per la chiesa parrocchiale di Santa Felicita. Questa, ricordata per la prima volta nel 1296, conserva di originario il paramento murario romanico a bozze squadrate d’arenaria posto sul fianco sinistro. Sulla testata d’angolo di quella stessa parete c’è una pietra che porta la data del 1408 (o 1468), anno di un generale rifacimento cui seguì nel XVIII secolo la trasformazione barocca esterna e interna. L’interno presenta pregevoli altari in marmi policromi e un bel fonte battesimale, al cui fianco si trova una piletta d’acqua santa in marmo. Infine, dietro l’altare maggiore si trova un dipinto raffigurante San Pellegrino.
A Casola, oltre alle chiese di Santa Felicita e della Madonna del Carmine, è interessante visitare il Museo del Territorio dell’Alta Valle Aulella (se aperto), ospitato nei locali di un palazzo secentesco dove, attraverso un particolare itinerario, è possibile ripercorrere tutta la storia delle valli della zona, dall’era preistorica alla romanizzazione, passando per il Medioevo, per giungere all’età moderna, fino ai giorni nostri.
Lungo le vie del borgo si possono ammirare eleganti palazzi risalenti al XVI secolo a contatto con una fila di edifici artigianali, specializzati nella lavorazione e tessitura della canapa, del XV secolo. Sulla facciata di quest’ultimi sono ben evidenti le mensole in pietra sovrapposte, a sostegno d’ipotetiche altane per l’essiccazione dei prodotti. Arcate e magnifici portali sono visibili percorrendo via IV Novembre e via Tassonaro. (foto 52) (foto 53) Casola è anche terra di tradizioni gastronomiche, testimoniate dalle molteplici espressioni culinarie che attirano anche i palati più difficili con eccellenti piatti artigianali. Rinomati sono gli arrosti e i piatti a base di carne, come agnello, vitello, maiale, ma anche capriolo e cinghiale, qui cotti con cura e appropriati intingoli senza mai esagerare nell’uso delle spezie e facendo ricorso, quando ovviamente possibile, alla freschezza degli odori locali.
Una leggenda popolare narra che a Casola esisteva una specie di yeti chiamato l’uomo selvatico, il quale aveva l’abitudine di trasformarsi in animale e rapire le donne della zona. Secondo la tradizione però costui fu anche l’artefice della ricotta ricavata dal latte delle pecore, mentre è meno chiaro il nesso relativo ad una citazione strettamente dialettale in cui lui è il protagonista: “a siam come l’om servatig: cuand piò i va a laorar i cuand tir vent i sta a cà”, ossia, “è come l’uomo selvatico, quando piove va a lavorare e quando tira il vento sta in casa”.
Oltre al Trekking Lunigiana a Casola si trova un bel percorso denominato Nello Vallerini che collega il borgo a Codiponte (l’imbocco è nei pressi della struttura Il Convento, al di là del ponte tibetano sul Tassonaro).

Piuttosto contenuta la quantità di strutture presenti sul territorio ove poter pernottare. L’Agriturismo Restì, come già accennato, è a circa metà percorso e l’apertura non è garantita. Valido invece l’appoggio al Convento Seminarhaus, in luogo ameno, con comode camere e cucina vegetariana preparata con prodotti provenienti da coltivazioni biologiche. Altra possibilità il B&B Ca’ Luni, anche se, a dire il vero, la parola B&B gli sta un po’ stretta visto quello che offre e la qualità della struttura.

  • Agriturismo Restì, Valle del Mommio a Fivizzano – 0585 984066
  • Associazione Chandralok – La Terra della Luna, a Castiglioncello – 3381683946
  • Il Convento Seminarhaus, a Casola – 0585 90075
  • B&B Ca’ Luni, a Casola – 3801741655
  • La Casa di Ale, a Casola – 3937467696
  • Agriturismo Tripala, ad Antognano di Minucciano (LU) (minimo tre notti) – 0583 1806084
  • B&B M&G Ranch, a Pieve San Paolo – 3920660152
  • Albergo Ristorante San Paolo, a Pieve San Paolo – 0585 949800
  • Residenza Il Palazzo, a Pieve San Lorenzo – 3409069322

Legenda

Tempo di percorrenza
Lunghezza del percorso
Altitudine minima del percorso
Altitudine massima del percorso
Altitudine tappa di partenza
Altitudine tappa di arrivo

Profilo altimetrico

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